Leone

Contini

Firenze, 1976

Km0 | Pecci Museum 2012

Km0, Pecci Museum 2012
Courtesy: Leone Contini

The suburb of Prato is a continuum of residential neighborhoods, industrial buildings, malls, fragments of rural landscape.
In this deregulated environment is living one of the biggest Chinese community in Europe.
Here the Chinese gardens are markers of the Chinese settlements: these gardens are boundaries themselves. The gardens are claimed to be "illegal" by the Italian neighbors. This self-subsistence agriculture is therefore often interstitial and usually hidden.

Within the context of the Chinese Diaspora these gardening practices are crucial in terms of cultural identity, belonging and self representation, the regional wenzhounese vegetable varieties being a sort of umbilical cord with the motherland.
During a prolonged fieldwork I was focusing on the struggle (hidden, never thematized) to keep growing wenzhounese vegetables, despite the Italian neighbors, local police and landlords.

Since I was invited to hold an intervention in the local contemporary art museum I decided to involve directly the Chinese community and therefore transforming Chinese farmers into advisors for Italian people: The action turned into a sort of spontaneous workshop, a strange mix of traditional diet rudiments and attempts of translations - the Italians being the students.

Beside this action I printed wall posters representing unknown Chinese vegetables: I pasted them in the outdoor of the museum, facing the city of Prato, interacting with the public space. 

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La periferia di Prato è un continuum di quartieri residenziali, capannoni tessili, centri commerciali e frammenti residuali di paesaggio rurale.
In questo ambiente de-regolato si sviluppa l’agricoltura di sussistenza cinese, un’agricoltura poco visibile ma in grande espansione ed altamente significativa: queste pratiche agricole sono infatti, nel contesto della diaspora cinese, cruciali in termini di identita? ed appartenenza, in quanto rappresentano un cordone ombelicale con le proprie origini; allo stesso tempo il fatto di coltivare ortaggi che fanno parte del proprio background tradizionale in una nuova terra racconta letteralmente un nuovo radicamento.

In un generale contesto di sospetto nei confronti della presenza cinese, queste pratiche sono tuttavia altamente stigmatizzate da parte dei vicini italiani, delle autorita? e dei propietari delle terre - terre che sono del resto rimaste spesso incolte per decenni, dalla fine della mezzadria.
Una mostra nel Museo Pecci e? stata l’occasione per tentare uno “spostamento” attraverso la costruzione di un contesto laboratoriale ho coinvolgesse le due comunita?: nonostante la barriera linguistica - i cinesi coinvolti erano immigrati di prima generazione - l’urgenza relazionale ha determinato un intenso processo di scambio e traduzione attorno al “pretesto” della verdura cinese, perlopiu? sconosciuta agli italiani.

Manifesti raffiguranti ortaggi cinesi sono stati affissi sui muri esterni del museo, rivolti verso la citta?.

 

 

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