Leone

Contini

Firenze, 1976

IMAGINED MENU | Kunstverein Amsterdam 2013

IMAGINED MENU, Kunstverein Amsterdam 2013
Courtesy: di Leone Contini - Un progetto di Kunstverein Amsterdam con Kunstverein Milano

In late 1917, the worst military debacle in Italian history began: the infamous ‘Battle of Caporetto’. Between October 24 and November 19 countless soldiers were taken prisoner, and among them Giosuè Fiorentino, an 18 year-old Italian officer and the great uncle of Contini. From the Cellelager POW camp in northern Germany, these men who experienced displacement, despair and starvation, turned to imagined food to combat their misery. Food became an obsessive desire and an imaginary escape; it was the subject of endless discussions. Speaking about food was an attempt to turn a crowd of starving bodies into a community again, able to share memories from a previous life. In an attempt to humanize hunger, to reframe this primary instinct into a sort of – however virtual – conviviality, discussing meals also became a collective action of cultural resistance.

Giosuè Fiorentino recorded the oral recipes from his fellow prisoners – records of intimate fragments from family lives – and re-assembled them into two handmade sketchbooks, a patchwork of regional cuisine, from Friuli to Sicily. The cookbooks became an unintended ethnographic writing, picturing the cultural materiality of an ‘imagined community’ called Italy.

This action of resistance, conceived in the deep darkness of the First World War, was turned into a real, collective action in the form of a Sunday lunch in Amsterdam and a picnic in Munich.  

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Nell’ottobre del 1917 avvenne la peggiore sconfitta nella storia militare italiana: la “Rotta di Caporetto”. Tra il 24 ottobre e il 19 novembre furono fatti prigionieri circa 200 mila soldati; tra questi Giosuè Fiorentino, un ufficiale siciliano al tempo diciottenne, prozio di Contini. I prigionieri furono smistati nei campi di prigionia di Germania ed Austro-Ungheria e Giosuè trascorse l’ultimo anno di guerra a Cellelager, a nord di Hannover, assieme ad altri 3000 internati italiani.

Questa piccola comunità, sconfitta e spaesata, sperimentò freddo, fame e disperazione ma, allo stesso tempo, mise in atto strategie collettive di resistenza.

Alla “sbobba” del campo, che a stento manteneva in vita i prigionieri, si contrapponeva il cibo dei ricordi, intensamente desiderato e oggetto di interminabili discussioni tra i prigionieri. La condivisione del “cibo immaginato” era forse un tentativo di elaborare la fame, riformulare questo istinto primario e ricondurre una folla di corpi affamati – e in feroce competizione tra loro per la sopravvivenza biologica – a qualcosa di simile a una comunità.

Questa convivialità – seppur virtuale – era un’azione di resistenza collettiva.

Giosuè Fiorentino trascrisse, su due taccuini rilegati a mano, le ricette raccontate dai compagni di prigionia – intimi frammenti di vita familiare, un’età dell’oro perduta. Il risultato è un vasto mosaico di cucine regionali d’inizio 900, circa 250 ricette dal Friuli alla Sicilia, come furono ricordate dai 60 compagni di baracca di Giosuè. B98, la sigla della baracca – l’unità sociale minima nella vita del campo -, divenne il titolo di uno dei due ricettari. Queste inconsapevoli scritture etnografiche raccontano un particolare segmento di cultura materiale, frutto dell’intersezione tra la “comunità concreta”, costituita dalla baracca B98, e quella più vasta “comunità immaginata” chiamata Italia.

Questa convivialità virtuale, concepita come resistenza comunitaria nell’oscurità del primo conflitto mondiale, è stata trasformata in un’azione collettiva reale, nella forma di un pranzo domenicale ad Amsterdam, e nella forma di un picnic a Monaco.

 

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