Alessandra

Spranzi

Milano, 1962

Selvatico (colui che si salva) | 2008

Selvatico (colui che si salva), 2008
dimensioni variabili

L'albero è stato tagliato, piallato ed è diventato tavolo. Ha funzionato come tale e come tale solo l'abbiamo visto, dimenticando quello che è stato, la sua saggezza che resiste da qualche parte. Quando il tavolo diventa inutile si risveglia in lui la nostalgia della linfa che scorreva una volta, del vento e della pioggia che lo scuotevano e la memoria viva di quello che era stato prima di venir addomesticato, trasformato in cosa utile. Questo non è un progetto che riguarda l'abbandono e la precarietà delle piccole cose né la malinconia dell'animale in cattività, ma la violenza di ogni addomesticamento ed educazione, e nello stesso tempo la speranza di una resistenza e di una possibilità di salvezza. La salvezza nel selvatico. Le cose sono finalmente libere dalla schiavitù di essere utili. Gli animali da quella di essere amici. L'uomo da quella di sorridere, può finalmente voltarsi e dare le spalle, uscire fuori, andare indietro, dentro la selva, errare, salvarsi. Ritrovare il bambino che è stato, che era perso, abbandonato, non nella selva ma al sicuro, dentro casa, nella luce che rischiara e tiene lontano la notte. Noi non sappiamo più nulla della nostra infanzia. Il primo sorriso, il primo passo, la prima parola, la prima ciocca, crescendo si impara, si prende possesso di un piccolo pezzo di terra, il nostro fazzoletto, lo si coltiva e radici nuove, delicate cercano di affondarvi. Si abbandona la selva, si dimentica, ci si perde. Pensiamo ad andare avanti, turbati solo dalla nostalgia per quello che non si conosce più, avendolo lasciato per sempre. Continuo a girare intorno a queste due parole, selvatico e salvezza, che si incontrano nel salvatico. Forse solo dentro la selva, dove il sole non riesce ad entrare, c'è salvezza. (Alessandra Spranzi) Tiratura 1/5 + 2 p.d.A



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